CELANT D.O.C.
testo pubblicato su Art Journal,
settembre/ottobre 2011
di Daniela Bellotti
MAMbo 24 settembre - 26
dicembre 2011
Cosa resta dopo altre quarant'anni di
una breve
stagione di ideali e sperimentazioni? La
validità
delle ricerche più strutturate e una
galassia di epigoni
Torna
l’Arte Povera, e torna alla grande, con
sette esposizioni parallele in Musei di
rilievo nazionale. Per Bologna è il
MAMbo, istituzione dedicata
essenzialmente alle sperimentazioni
artistiche più attuali, a partecipare
all’evento e ad allestire la sua sezione
con notevole sforzo economico, in tempi
di ristrettezze (costi vivi della mostra
80.000 euro). Le ragioni di questo
“sacrificio” nel nome dell’Arte Povera
sono state dichiarate in conferenza
stampa dallo stesso direttore e
co-curatore Gianfranco Maraniello: si
tratta di una scelta culturale precisa,
ripensare a quelle esperienze in una
visione corale e unitaria, anche se si
tratta di un movimento da tempo
storicizzato, poiché resta fondamentale
e come tale ha influenzato anche l’arte
successiva. Altra ragione, Bologna ebbe
un ruolo di primo piano, grazie alla
prococissima e mitica mostra della
Galleria de’ Foscherari del febbraio del
1968, in cui apparivano già tutti gli
esponenti: Zorio, Boetti, Pascali,
Pistoletto, Mario Merz, Kounellis,
Paolini, Fabro, Anselmo, Prini, Ceroli,
Piacentino e Calzolari. Fulcro di questa
rivisitazione è naturalmente Germano
Celant, che battezzò il movimento e come
critico militante ne teorizzò i
contenuti, fino a decretarne la fine già
nel 1971. Col carisma di sempre e il
rigore dello storico, Celant non può che
ribadire la centralità dei suoi
prediletti di allora e circoscrivere la
cerchia dei “magnifici tredici”; un
ruolo d’ordine che può sembrare
antitetico rispetto ai valori che il
movimento ha espresso, ma legittimo nel
momento in cui si vuole, se ancora ce ne
fosse bisogno, accreditare gli artisti
che furono in prima linea nell’inventare
un concetto, prima ancora che un modo di
fare arte. Va da sé che questa scelta
può sembrare riduttiva, ed è stata
contestata a margine della conferenza
stampa, da Alberto Esse, che ha
riproposto non invitato la sua
performance del 1969 delle bolle di
sapone.
L’Arte Povera fu un movimento poetico ed
essenzialmente distruttivo nei confronti
dell’arte stessa come oggetto di
mercato, rigorosamente teorizzato,
accolto e diffuso da alcune gallerie
d’avanguardia, e come tale creò attorno
a sé un vasto raggio di influenza (che
divenne anche importante collezionismo a
dispetto della deperibilità di molte
opere) che varcò anche i confini
nazionali e trovò consonanze in molte
esperienze mitteleuropee, fondendosi con
la più vasta stagione concettuale. La
necessità di fissare griglie storiche è
legittima e utile, a patto che non
soffochi il respiro di un’idea fluida e
penetrante, e che di questa fluidità e
penetrazione deve tener conto, nel
momento in cui misura la sua portata
storica. Apparsa come fenomeno
fortemente connotato anche
politicamente, in un’epoca di grande
crisi sociale e di forti tensioni,
l’Arte Povera può avere una valenza sul
piano dell’attualità, nella misura in
cui ha lasciato segni di qualità
estetica assoluta, e che oggi possono
essere riproposti liberi da quelle che
furono le ragioni contingenti. Queste
tracce sono suggerite, con una certa
chiarezza, nelle scelte
dell’allestimento, che non rispetta
alcun criterio cronologico. Alcuni pezzi
originali datati (e altri ricostruiti)
dialogano insieme a interventi più
recenti degli stessi protagonisti (opere
realizzate pertanto molto dopo i limiti
temporali dell’Arte Povera), innestando
a sorpresa un corto circuito temporale,
pieno di contrappunti e divergenze.
Alcune opere, ma soprattutto i
documenti, le edizioni, le fotografie,
le carte, i comunicati provocatori di
oltre quarant’anni fa, oggi del tutto
privati della carica eversiva ideale di
allora, parlano la malinconica lingua
dei relitti, sono davvero i sedimenti
struggenti di quella che fu una breve e
astratta battaglia contro il sistema,
contro tutte le autorità che dettano
leggi, che imbrigliano lo spirito
dell’uomo. Dove più forte e strutturato
è il linguaggio “formale”, rimane
l’opera d’arte, integra e intatta, viva,
meritevole di ogni considerazione e di
essere ripensata nell’attuale contesto
mondiale così complesso e confuso,
globalizzato e appiattito, a vantaggio
anche delle nuove generazioni che poco
conoscono quei fatti e questi
protagonisti.