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UNA
RIFLESSIONE DELL'AUTRICE |
Sull'alchimia
dell'arte Mi
sono chiesta spesso non solo come critico, ma in primo luogo come fruitore
appassionato, innamorato dell'arte, dove sia racchiuso il segreto, quale
linea, colore, gesto, idea, cosa esattamente e con tanta ineluttabile precisione
faccia sì che un quadro o una scultura, una installazione, una fotografia,
un readymade, una performance, un video... sia un'opera d'arte.
E' facile dare una risposta
di tipo sociologico: è il sistema, il sistema culturale che attribuisce
qualità d'opera d'arte, cioè i critici, i galleristi, le mostre,
l'attenzione delle riviste di settore, il mercato, le aste, i musei, il
collezionismo... Non si dà opera d'arte al di fuori di un sistema
culturale che riconosce come arte ciò che accoglie nei suoi spazi, che
approva e impone sul mercato, che determina l'ascesa dei cosiddetti artisti
emergenti ed il succedersi delle tendenze.
Il critico d'arte, come
un alchimista d'altri tempi, va alla ricerca dell'opus, la grande opera.
Anzi, per continuare con l'immagine suggerita da questa similitudine, si
potrebbe dire che il sistema accoglie due livelli di trasformazione alchemica:
una è quella materiale, dell'artefice, di colui che fa, che dalla
materia grezza attraverso consapevoli e segreti riti di passaggio, non
solo pittorici o scultorei, ma anche filmici, fotografici o con qualunque
altro mezzo espressivo, opera la prima sublimazione. Il secondo livello
è quello del critico che trovandosi di fronte all'opera e, riconoscendone
le qualità, la estrae alla luce della conoscenza, la trasforma in
un simbolo assoluto, la impone come merce di valore.
Come critico, ho lavorato
soprattutto nella mia città, Bologna, la cui vita culturale scorre
vivificata da una prestigiosa Università degli Studi che ospita
un corso di laurea davvero unico come il D.A.M.S. (Discipline di Arte Musica
Spettacolo e Comunicazione), e una Accademia di Belle Arti di nobilissime
origini, dove ho incontrato tantissimi artisti, molti noti e affermati,
ma anche tanti pressoché sconosciuti al grande pubblico. Mi sono
sempre accostata con curiosità al lavoro di ciascuno, cercando ogni
volta quelle qualità così misteriose eppure evidenti che
fanno riconoscere una ricerca che abbia originalità e spessore,
l'opera perfetta e conclusa, con i suoi significati, la sua assolutezza,
il suo essere emozione, pensiero, idee e forma.
L'opera d'arte non ancora
mercificata, prima della quotazione, prima che il suo autore venga "scoperto",
non è mai un'entità muta; essa dialoga in primo luogo con
l'arte stessa, parla la lingua dell'arte, nasce dalla sua spuma semantica,
e in questa carica linguistica racchiude la sua riflessione, il suo punto
di vista, una verità pronta per essere offerta ad ogni ipotetico
osservatore, e generare con esso una nuova comunicazione.
La capacità del critico
vale dunque la fortuna di un artista, nella misura in cui sa scorgerne
il linguaggio, sa riconoscerne la voce; è un passaggio obbligato
all'interno del sistema globale della comunicazione, ma non può sostituirsi
"concettualmente" a quella che deve essere l'artisticità intrinseca,
al "dna" dell'opera d'arte.
Il fascino della prima alchimia
resta oscuro e potente. Ho fatto tesoro di tutte le domande lasciate senza
risposta, la necessità caparbia, primordiale dell'espressione, la
seduzione sottile dell'indefinibile e del poetico, il piacere di una creatività
rivelativa, il mistero del lato oscuro, dei sogni così come delle
speranze e dei desideri, la ricerca di significati e messaggi che scorrono
più sotto, oltre la superficie e le miriadi di schegge del nostro
mondo di segnali artificiali, e mi sono addentrata io stessa come artefice
nei meandri della creatività. Ho ricominciato infatti a dipingere,
ritrovando intatta una passione viva fin dalla prima giovinezza, ma abbandonata
proprio quando gli studi mi avevano portata più addentro agli studi teorici
sull'Arte.
Tuttavia, non voglio essere
un critico che dipinge e non voglio fare la critica di me stessa. Capire
un linguaggio non vuol dire automaticamente saperlo parlare.
So che c'è un confine
da superare, un territorio espressivo che può essere anche solo
personale, intimo, sincero e particolare e, là fuori, oltre la soglia,
il grande mondo delle comunicazioni in cui l'opera con le sue sole forze
non può entrare. Da autrice so che il mio mondo finisce qui, sulle superfici
colorate su cui si sono stratificati i passaggi del colore, coi frammenti
di pagine strappate da giornali e riviste, tra gli echi di una realtà
mediata dal mondo della pubblicità, della moda, con le icone dei
nostri miti, con l'inesaurito dualismo di essere e apparire... nelle immagini
dove lontananze e contemporaneità si incontrano in un'eco ormai
indistinguibile... nel ripensare soprattutto il punto di vista delle donne,
come da donna vedo il mondo delle donne. E' vero che esiste un'urgenza
della creatività, che ogni opera è solo una frase, un frammento
di un discorso che si fa... come il pensiero si forma in bocca, secondo
l'intuizione dadaista, così nel mio dipingere. Le mie figure, i
collage, i frammenti che si incontrano e talvolta si scontrano portano
storie. Storie che avevo dentro, storie che avevano bisogno del silenzio,
di un tempo sospeso, di una rinascita.
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