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DRIVE. Automobili
nell'arte contemporanea Galleria d'arte moderna,
Bologna 2 dicembre 2005 -
5 marzo 2006
Pubblicato in Art Journal, genn-febbr.
2006 |
ARTE "IN PISTA"
La dotta, la grassa, la turrita…? Tutte vecchie
storie. Oggi Bologna è la “città della sperimentazione”, parola di Lorenzo
Sassoli de Bianchi, presidente della Gam. Per rappresentare le nuove frontiere
della nostra epoca di globalizzazione e scontri culturali, per mostrare le
novità dell’evoluzione tecnologica, ma anche far emergere la posizione reattiva
del mondo dell’arte, è nata un’inedita joint venture tra Galleria d’Arte Moderna
e Motor Show, una bella ciliegina sulla torta per festeggiare i trent’anni della
manifestazione ideata da Alfredo Cazzola.
-DRIVE. GLI ARTISTI RIFLETTONO SULL'AUTO
Cosa accade quando si coniuga ai massimi livelli il
binomio arte-automobili? Quando si mette in gioco l’esperienza di due realtà
come Gam e Motor Show, due team uniti in una sinergia che mira a sondare il
movimento delle idee per catturarlo nella sua genesi, può realizzarsi una
prospettiva che “guarda lontano”, oltre il già detto e il già fatto. “Drive” è
una sorprendente mostra sulla reattività degli artisti contemporanei sul tema
dell’automobile, inaugurata negli stessi giorni del Motor Show alla Gam, ma c’è
tempo fino al 5 marzo per visitarla. Qui si misura la distanza tra la creatività
funzionale al prodotto, accattivante, che fa presa diretta sul pubblico, e lo
speciale punto di vista dell’arte contemporanea più sperimentale, un punto di
vista che è sempre spiazzante, sostanzialmente raggelante, valido nella misura
in cui ribalta le aspettative. Venti installazioni, venti artisti internazionali
super segnalati in premi e concorsi, creano un percorso da leggere con le
istruzioni per l’uso, poiché il senso di molte delle realizzazioni si coglie
soltanto attraverso la conoscenza della loro genesi. Che l’opera d’arte
contemporanea risulti incomprensibile a livello di pura visibilità, e che possa
sciogliere i suoi enigmi solo lo spettatore che si incammina verso una lettura
documentata, è un fatto ormai ricorrente. Ma che sia proprio questo ciò che
vogliono gli artisti, cercare il cortocircuito con il pubblico, far sorgere
dubbi e curiosità, poiché laddove non si comprende può nascere la voglia di
capire?
Senza scendere in dettagli, direi che gli artisti
chiamati a reagire al tema automobile hanno fatto di tutto per allontanarsi
dall’idea mito-tecnologico post-futurista così come dalle facili seduzioni pop
di matrice pittorica; ognuno ha escogitato un oggetto-altro, attraversando le
varie implicazioni dell’icona automobile, e l’ha realizzato attraverso un
meccanismo suggerito dall’azione, dal viaggio, dall’esperienza personale.
Qualche esempio? l’auto-trappola-per-uccelli dell’amburghese Andreas Slominski,
la formula-uno-di-cartone dello svizzero Costa Vece, l’auto-infantile di Julian
Opie, il garage-dei-cactus di Giuseppe Gabellone, la Ford-su-binari che
attraversa la sala centrale della Gam di Xavier Veilhan, l’auto-cucina del
tailandese Rirkrit Tiravanija, la Mercedes-tarocco-made-in-Thailandia di Tobias
Rehberger, l’auto-elicottero-per-evasione di Franz Ackermann, il sedile-altalena
di Elisabetta Benassi, l’auto-cicciona del viennese Erwin Wurm,
l’auto-accampamento di Jason Rhoades, la Fiat 126 italo-polacca appesa come un
quadro di Simon Starling, la lussuosa collezione di auto-di-cristallo di Plamen
Dejanoff. Ma per scoprire tutte le storie che queste installazioni raccontano, e
dunque l’operazione concettuale da cui ognuna deriva (e ne scoprirete davvero
delle belle), è necessario il catalogo-scatola edito da Damiani, un oggetto che
riprende l’estetica retrò anni cinquanta che ha ispirato anche il logo della
mostra.
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L’AUTO CHE VERRA’
Anche l'arte al Motor Show non ha certo deluso,
esempio di come si può raccontare questo tempo attraverso una manifestazione che
la passione ha trasformato in un rito collettivo, che va al di là della
presentazione dei motori, e che può essere considerato in sé un’opera d’arte.
Un’opera “popolare”, fatta di contiguità suggestive, di stimoli visivi
enfatizzati, dentro cui si cammina accompagnati dalle più sofisticate strategie
d’immagine e dove si compie il miracolo di una perfetta condivisione linguistica
tra opera e pubblico. Il Motor Show come un grande happening dove si realizza il
co-protagonismo di tutti per il tempo di un giro in pista, spettacolo percorso
dal brivido e dal rombo fragoroso delle gare, tra fango sponsor e ambiti trofei,
e l’acclamazione delle star della velocità. C’è la Ferrari numero 1 di
Schumacher e c’è la Yamaha 46 di Valentino Rossi e le hostess sexy che
accarezzano carrozzerie lucide come specchi e sorridono a raffiche di flash; ma
ci sono anche i volti dei miti di ieri dentro fotografie d’archivio che
ricordano quando al Motor Show sono passati Enzo Ferrari, Villeneuve, Senna e
Lauda e tanti altri eroi amati, indimenticati. Folle di ragazzi di tutte le età
prendono di mira con fotocamere e videofonini gli oggetti dei loro desideri,
mentre appare curiosa la memoria di un’altra epoca, una Beretta che vinse le
Mille Miglia e un pupazzo-guidatore che fa ciao. Il tempo di uno sguardo al
passato da museo e già siamo nel futuro, all’“Auto che verrà”. Qui sono stati
presentati i signori dello styling automobilistico, i più noti car designers
italiani e i loro ultimi prototipi. Le firme di questi grandi carrozzieri sono
universalmente note, Pininfarina, Bertone, Stola, Zagato per ricordarne sono
alcune; le loro creazioni realizzano il sogno della macchina perfetta,
bellissima, aerodinamica, il non plus ultra del lusso, disegnate attraverso una
ricerca culturale aggiornata sui modelli. Ma le auto del futuro non sono solo
meravigliosi oggetti su cui sognare ad occhi aperti. Il concetto stesso di
automobile sta cambiando profondamente, l’auto che verrà non dovrà solo essere
bella e performante, ma soprattutto sicura ed eco-compatibile, insomma carica di
intelligenza. Il fatto che questo sia un prodotto in profonda trasformazione,
per diventare sempre più rispondente alle esigenze di ciascuno chiama in causa
direttamente gli artisti, e la loro capacità di esprimere l’individuo e le sue
passioni. Nello stand I-art di Dainese alcune Fiat Panda sono state trasformate
in art-car, grazie alla rielaborazione pittorica eseguita in diretta da artisti
internazionali quali Jennifer Garcia, Dave Kinsey, Abel Izaguirre e Marc Cabrera,
tutti provenienti dal mondo della Street-Art, un’iniziativa che ha attratto in
gran numero i giovani attenti a questo concetto di personalizzazione dell’auto,
e che ha avuto anche il merito di presentare con una ingegnosa installazione un
sistema innovativo per “proteggere l’uomo dalla testa ai piedi nella pratica
degli sport dinamici”.
- MITO
AUTO MOTO 2. SPAZIO ALLA FANTASIA
Il terzo capitolo espositivo ci porta a Palazzo,
dove nella Sala d’Ercole è allestita fino al 30 gennaio una mostra offerta dalle
gallerie private bolognesi associate dell’Ascom, che hanno voluto dare il loro
contributo al tema. Ognuna delle tredici gallerie partecipanti presenta pezzi
diversamente orientati all’argomento, globalmente più leggibili rispetto agli
estremi concettuali proposti in Gam, con alcuni pezzi storici e altri
decisamente aperti sul versante sperimentale e di livello assolutamente
internazionale. Dalla celebrazione del mito della velocità di Giacomo Balla,
alla glaciale bellezza meccanica interpretata da Gianni Piacentino, dal
monumentale accumulo di rottami che diventa un totem di Arman, alla lamiera
recuperata di Francesco Bocchini, dalla scultura di Mimmo Paladino che rievoca
antichi sistemi di trasporto al dinamismo tutto risolto nel segno grafico di
Roberto Crippa; fino alle opere fotografiche, tra cui quella bellissima di Wim
Wenders scattata a Cuba e quella di Richard Billingham; la mostra propone
l’oscillazione tra l’espressione della seduzione del mito automobilistico
desunto dall’immaginario collettivo e dalle pubblicità, e la percezione
quotidiana del mezzo che porta in sé la memoria della strada, l’esperienza del
viaggio e della scoperta di luoghi sconosciuti, ma anche la ripetitività dei
gesti, il degrado e la desolazione delle periferie. L’automobile come musa
d’ispirazione sembra comunque amata oggi fino in fondo, fino alle estreme
conseguenze, anche nel rovello distruttivo, in un amore-odio che induce tanti
artisti a smontarne i pezzi, e nel privarla della sua specificità di oggetto
d’uso innalzarla a segnale di un passaggio, di una sublimazione; divenuta opera,
l’auto non corre più, non ci porta altrove, se non con la fantasia. |