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ELIO
SILVESTRI Forni Tendenze, Bologna,
1994
Dal catalogo della mostra
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| Zattera, 1987, particolare |
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Elio
Silvestri, presentazione
"Strana" questa riscoperta, proposta dall'artista Elio Silvestri, di una pittura
tutta gioia di vivere, tutta serena immersione nella luce e nel colore,
così piacevolmente figurativa! Somiglia, in questo inverno del nostro
XX secolo, ad un entusiastico abbandono alle delizie di una presagita,
imminente primavera... somiglia ad una voglia ormai non più trattenibile
di bellezza naturale, semplice, immediata; somiglia ad una fuga dalle tetraggini
di una cultura ingrigita, smorta con le sue astruserie, i suoi seriosi
rigori, le rincorse per definire sempre un 'nuovo' che subito invecchia
e forse non è mai profondamente nuovo... e somiglia quest'ultima
stagione pittorica di Silvestri a un grido, ma un grido liberatorio questa
volta, un sonoro SI' alla vita. Pittura libera di dire le cose che piacciono,
le cose del cuore, i momenti migliori, veri o sognati, non importa, ma
vividi e verosimili. Così ci appaiono, verdeggianti come un'oasi
che offre riposo alla mente e agli occhi, con questa mostra che per la
vastità ha l'impegno di una rassegna antologica, quadri come "La
visita", "Pic-nic alle Capannelle", o "Il the delle cinque", tutti degli
anni Novanta. Ed è un'oasi popolata di giovani figure femminili,
rassicuranti e familiari, a volte generosamente ma candidamente svestite,
quotidiane e insieme vagheggiate, abitatrici di giardini e parchi dove
non scarseggiano le fioriture, tra cappellini di paglia e seni maliziosi.
Eppure... com'è 'strana', com'è apparentemente troppo facile,
questa riscoperta di una pittura che si dichiara de-problematizzata, condotta
stilisticamente attraverso le sfumature di stagioni pittoriche mitiche,
esempi imprescindibili quando si toccano i tasti della immediatezza della
visibilità, della intensità della luce e del colore, della
vibrazione ottica delle forme. Non può sfuggire come il pittore
riesca ad orchestrare, come in un arrangiamento moderno di arie notissime,
pennellate che hanno freschezze impressioniste, eleganze nabis, elementi
simbolisti, persino romanticismi bucolici, pur di non rinunciare all'effetto
desiderato, al grande sogno.
Eppure, c'è probabilmente
qualcosa di più profondo, di intimamente necessario in questa fase
della sua vicenda artistica, che può essere individuata soltanto
se si collocano questi lavori recenti dentro il percorso che l'artista
ha fatto fin qui. Ed è un percorso significativo, che è bene
tracciare nei suoi principali sviluppi, perchè tematicamente e concettualmente
vi troveremo antecedenti importanti. Temi come la donna, l'erotismo, la
trasgressione, la citazione... sono infatti ricorrenti e toccati in più
riprese dall'artista con pregnanza di significati e interpretazioni non
di rado coraggiose e provocatorie. Sarà possibile anche nella visione
di questa mostra fare confronti, misurare le differenze tra varie 'temperature
epocali', che in Silvestri sono evidentissime, e consentono di fruire di
un ventaglio di situazioni e di rapporti.
L'esperienza di Elio Silvestri
come creatore di immagini, si diceva, parte da lontano. Molti ricorderanno
le campagne pubblicitarie a cartoni animati della "Organizzazione Pagot",
quelle che entravano la sera nelle nostre case con Carosello (celeberrime
alcune per la Mira Lanza, l'Agip, la Cinzano). Elio Silvestri giovane tarantino,
giunto a Milano nel '50 per studiare all'Accademia di Brera, diviene dal
'51 collaboratore alla "Pagot" con la qualifica di direttore di scenografia;
comincia allora la sua sperimentazione attraverso le regole della comunicazione
televisiva e cinematografica, legata al messaggio promozionale; da qui
presto allarga la sua attività editoriale come illustratore di libri
per ragazzi e di riviste. Ma è un successo che non lo appaga completamente.
Tuttavia, alcuni aspetti del suo lavoro di grafico, come ad esempio l'importanza
di un impatto visivo immediato e catalizzante, l'interpretazione libera,
persino fantastica della figura e della narrazione, resteranno per Silvestri
un patrimonio interiore, prima ancora che stilistico, di estrema importanza
e, a tratti, emergente con evidenza in alcune fasi della sua ricerca. Dalla
metà degli anni Cinquanta si fa per lui più pressante l'aspirazione
a diventare artista, per così dire, 'puro'. Frequenta già
da tempo gli ambienti artistici milanesi, che in quegli anni sono caratterizzati
dalle vicende dello Spazialismo, dell'Arte Nucleare, poi dell'Informale;
entra in contatto in particolare con Piero Manzoni, Lucio Fontana, Roberto
Crippa. E arriva all'esordio artistico impregnato di quelle idee, forse
più indotte che profondamente sentite; alla sua prima mostra personale,
nel 1962 alla Galleria Pater di Milano, firma un astrattismo in cui segno
e superficie non rinunciano a individuare forme, costruzioni, architetture,
che pur in una enfatizzata precarietà e indefinibilità, pongono
un ordine ritmico, una presenza fisica nello spazio. E' il suo modo di
rispondere a quella situazione ampiamente avvertita, di ricerca di una
nuova figurabilità che lentamente si fa strada, sulle ceneri dell'Informale.
Un quadro come Cattedrali del 1960 è sintomatico di questo momento
iniziale.
Sono poi gli anni Sessanta
che, con il loro mutato clima artistico determinato dalla Pop Art americana,
che esplode alla Biennale di Venezia del 1964, e che sigilla tutta un'epoca
con il suo universo di icone desunte dal panorama consumistico, vengono
incontro alle specificità più originali e autentiche di Silvestri.
Recuperando tecniche e stilemi a lungo collaudati nel suo lavoro di cartellonista,
disegnatore di fumetti e designer, egli può ora dar libero corso
alla sua fantasia iconografica, non più al servizio di un messaggio
commerciale, ma utilizzando quello stesso linguaggio, coloratissimo, efficacemente
oggettuale, a tratti quasi iperreale, talvolta spregiudicatamente surreale,
per raccontare il nuovo spirito dei tempi. Silvestri diventa Pop, un pop-artist
aggressivo, soprattutto quando sceglie tematiche scottanti come la droga
e la liberazione sessuale. Sarà per lui una lunga stagione, ben
oltre il tramonto dell'epoca pop; e ciò testimonia quanto, al di
là delle sintonie con le varie situazioni via via emergenti della
cultura visiva contemporanea, egli abbia poi seguito un suo personale discorso.
Ne scandiscono l'approfondimento, e la sempre più consapevole focalizzazione,
opere come "LSD" del 1966, vero e proprio 'manifesto' generazionale, la
serie "Woman Liberation Front" del 1970, e ancora, con un omaggio al poeta
surrealista Andrè Breton, "Questa estate le rose sono blu" del 1972.
In anni di scarsa fortuna per gli artisti-pittori, gli anni del Concettuale,
dell'Arte Povera, Silvestri non abbandona la sua strada; insiste invece
in un'accesa provocazione, assemblando iconografie contrastanti, caricandole
spesso di significati erotici, a tratti più spiccatamente irrispettosi
delle convenzioni, soprattutto laddove utilizza figure della pittura devozionale
del passato. E' attraverso questa via che, precocemente, comincia a sperimentare
sistematicamente la struttura della "citazione"; la donna contemporanea
e talvolta la coppia, con gli elementi emblematici della seduzione come
calze e reggicalze, stivali, ma anche corde e borchie, si ritrovano infatti
in molte opere degli anni Settanta, imprevedibilmente associate a particolari
di opere celeberrime della storia della pittura. Frammenti di capolavori
rinascimentali, con il loro rigore prospettivo, il lucido linearismo, sono
inizialmente prediletti dall'artista, che rifà il Cavaliere di Durer,
le architetture di Crivelli, il San Sebastiano di Bellini con aggiunta
di attributi incongrui. Come feticci, rivivendoli ogni volta con passione
e spregiudicatezza, egli assume elementi della cultura alta e li fa incontrare,
o scontrare, con elementi carichi di ben diverse valenze. I risultati estetici
sono, non di rado, di notevole originalità; i significati, generalizzando,
nell'ottica di una ribellione alle convenzioni e alle ipocrisie sociali,
e di una interpretazione forte del modello. Successivamente, matura questo
discorso citazionista nel corso degli anni Ottanta, e si assiste con più
frequenza all'incontro-scontro di elementi diversi, ma desunti tutti dall'arte
del passato, mentre si fanno più sotterranee, ma non scompaiono
del tutto, le suggestioni erotiche. Opera fondamentale di questo periodo,
in cui raggiunge una notevole maturità qualitativa, è "La
Zattera" del 1987, dove si replica come su un palcoscenico la tragedia
del naufragio della Medusa, soggetto del famosissimo dipinto di Théodore
Géricault del 1819; qui però i flutti su cui perigliosamente
galleggiano alla deriva i superstiti sono sostituiti da un mare astratto,
il mare della pittura che trova come schermo invalicabile su cui cozzare,
e forse lasciare un proprio dispettoso segno, le geometrie ortogonali di
Theo Van Doesburg. Alimentata da una pittura figurativa, carica di pathos
e stretta dai limiti già solcati dal rigore astrattista, la pittura
ancora sopravvive, pare dire con questo quadro Elio Silvestri, che sulla
zattera del suo mare metaforico, pone anche una donna: la modella di Courbet,
la donna vista attraverso gli occhi della pittura realista.
Si diceva di come, in questa
fase più matura, risultino affinate, ingentilite, assai meno provocatorie,
le allusioni alla sfera erotica. Una lettura in questo senso si può
fare anche della serie in cui è protagonista la figura di De Chirico,
posto da Silvestri nel ruolo di attore di situazioni cariche di "metafisica"
carnalità. Così in "De Chirico e le modelle", "De Chirico
e il bagno turco" e ancora "De Chirico e l'Odalisca", il grande pittore,
maestro ante-litteram della rivisitazione in pittura, viene collocato con
una sorta di proiezione virtuale nello stesso spazio delle opulente creature
di Ingres, simbolo tra altri simboli; l'artista diventa opera mentre l'opera
si sdoppia, si moltiplica in un gioco di specchi che ne metamorfizza un
poco le sembianze, ne addomestica il mistero.
Da qui, da questa dimestichezza
con il mito e la demitizzazione della donna, dell'arte, dei ruoli consacrati
della cultura Elio Silvestri trova l'energia ottimistica che sprigiona
nella sua pittura più recente, tra le cui trame si intravvedono,
ora possiamo coglierli, accenti oseč, quella lingerie che scopre
i seni, quella improbabile donna nuda a una familiare merenda all'aperto...
e poi ancora strutture compositive collaudatissime (da Silvestro Lega a
Seurat) su cui egli dispone attori diversi, scenografie su cui muovere,
comporre, scomporre e raccontare.
Elio Silvestri nasce a Castellaneta
(Taranto) nel 1932. Si trasferisce a Milano nel '50, dove studia scenografia
all'Accademia di Brera. Dopo la giovanile attività come grafico
e scenografo, esordisce come pittore nel '62. Da allora, pur continuando
a interessarsi anche al design e all'illustrazione, non abbandona più
la pittura. Si occupa dei rapporti tra creatività e medicina alternativa,
con particolare attenzione alla sensitività e alle potenzialità
creative connesse agli stati alterati di coscienza. Per l'approfondimento
di queste ricerche ha compiuto viaggi in India e Israele. Dall'89 insegna
Scenografia all'Istituto Europeo di design di Milano. Vive e lavora a Milano.
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