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RENATO GUTTUSO
"La passione della forma"
Pala De Andrè, Ravenna
Fondazione Toto Balestra, Longiano
25 agosto, 16 settembre 2007
articolo pubblicato su Art Journal, sett-ott. 2007
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Pittura e verità
Nel ventennale della morte del grande maestro
siciliano, Bologna presta "I funerali di Togliatti"
alla Romagna per una
doppia mostra che privilegia i temi socio-politici
"La pittura è il mio mestiere… il mio modo di
avere rapporto con il mondo. Vorrei essere appassionato e semplice, audace e
non esagerato. Vorrei arrivare alla totale libertà in arte, libertà che,
come nella vita, consiste nella verità." Così scriveva nel 1957 Renato
Guttuso. Aveva allora 46 anni, erano finiti gli anni più duri, il fascismo,
la guerra, la resistenza, poi i dibattiti sull’alternativa tra impegno e
autonomia dell’arte; il pittore era nel pieno del successo e dei
riconoscimenti. Aveva già realizzato capolavori come la “Fuga dall’Etna”
negli anni trenta, e la coraggiosa “Crocefissione” del ’41, uno dei quadri
simbolo del novecento italiano, aveva esposto grandi quadri alle Biennali di
Venezia, “La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio” nel 1952, “Boogie Woogie”
nel ’54, suscitando interesse e polemiche. La sua immagine pubblica era
apertamente schierata con il P.C.I. (si era iscritto al partito nel ’40, e
divenne senatore nel ‘76), fatto che lo ha reso insieme popolare e discusso.
Coerente e sincero, fu tutt’uno con le sue passioni civili, politiche,
mondane; raccontò in pittura il suo mondo senza censure e senza scendere a
compromessi, sottraendosi alle mode e ai concettualismi, sicché il suo stile
restò sostanzialmente il medesimo per tutta la vita.
A vent’anni dalla morte, avvenuta nel 1987 a
Roma, la sua figura storica conserva tutto il fascino dell’uomo e delle sue
battaglie culturali e civili, tese ad un ideale di libertà e verità. Due
valori che, innervati nell’arte, costituirono anche la sua personale istanza
per lo sviluppo di una coscienza civile nazionale, necessaria affinché gli
artisti possano essere testimoni della storia e della contemporaneità, e
possano essere compresi. Nel 1962 Pier Paolo Pasolini, presentando a Roma i
disegni dell’amico scrisse: "Beato te che quando prendi la matita o il
pennello in mano, scrivi sempre in versi! Chi dipinge è un poeta che non è
mai costretto dalle circostanze a scrivere in prosa”. Straordinaria dedica,
certamente anche un’esortazione a non lasciarsi prendere dai lacci
dell’ortodossia, a restare una libera coscienza critica.
Giovinetto della borghesia palermitana, Guttuso
aveva la pittura nel sangue fin dall’adolescenza, quando tredicenne cominciò
orgogliosamente a firmare le sue prime prove, copie derivate dallo studio
dei maestri locali, e poi subito dopo, con un salto rivelativo, studi tratti
dai francesi dell’ottocento e dai contemporanei come Carrà. Alcune della
verità respirate nella giovinezza a Bagheria restarono nel tessuto
connettivo del suo stile, non solo la vitalità della superficie pittorica
intessuta di luce e colore, il più immediato tramite dell’esperienza di una
terra dilaniata da problemi, ma un’intima passione per la giustizia sociale.
Intanto da un primo nucleo di soggetti siciliani, i temi si allargarono
dettati da una cultura curiosa che aveva radici ben salde nella storia
familiare e negli affetti, ma che andò incontro alla cultura europea, con
tappe fondamentali di conoscenza, a Roma e a Parigi soprattutto, negli anni
trenta e quaranta.
La mostra, organizzata nel ventennale della
scomparsa, nelle due sedi di Ravenna e Longiano (FC), dimostra ancora una
volta che le opere di Guttuso sono un libro aperto la cui lettura non
richiede finezze da esegeti, perché il suo linguaggio era e resta
profondamente popolare, figurazione che si tende sempre all’espressione, che
non racconta mai una forma fine a se stessa, ma una passione. Anche quando i
soggetti sono i più amati, la sua terra di Sicilia, i braccianti e le loro
lotte, la sua donna e modella Marta Marzotto, il segno si fa strada con
vigore, scava nei caratteri, s’incide per raccontare non la superficie, ma
la storia che il tempo incide anche sulla pelle delle cose più belle.
La grande opera manifesto dell’impegno
anti-fascista di Guttuso, e una delle sue più famose, è “I Funerali di
Togliatti” del 1972, che costò anni di elaborazione, e da un primo schizzo
realizzato nell’immediatezza della morte del leader comunista, andò
ampliandosi fino alla realizzazione, otto anni dopo, della monumentale opera
che è attualmente di proprietà del MAMbo e che fu presentata per la prima
volta a Mosca e Leningrado.
Proprio quest’opera è il punto focale della
mostra “Renato Guttuso. La passione della forma”, una settantina di opere,
dagli anni quaranta agli ottanta, scelte con particolare attenzione alle
tematiche dell’impegno sociale e politico, un’occasione preziosa per vedere
un’accurata selezione di quadri, e soprattutto quella straordinaria opera,
corale ed epocale, che è “Il Funerale di Togliatti”, patrimonio della città
di Bologna.
| "I funerali di Togliatti", 1972 |
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