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ANDY WARHOL
La Triennale di Milano,
22 settembre 2004 - 9 gennaio 2005
Testo pubblicato su Art Journal
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The Andy Warhol Show
La
Triennale di Milano rende omaggio a uno degli artisti più rappresentativi del xx
secolo con una grande mostra, la più ricca di quadri (oltre 200), fotografie,
oggetti e filmati mai organizzata in Italia.
Andy Warhol è certamente il più popolare degli artisti pop, forse il più geniale
“manipolatore” d’immagini fotografiche del XX secolo, ma soprattutto è l’icona
dell’America anni Sessanta e Settanta. Celebrato dalla storia come un mito tra i
miti, il suo stesso volto è un emblema dell’originalità e della diversità, con
la sua zazzera scompigliata e lo sguardo enigmatico e un po’ folle dei numerosi
autoritratti è presente nella memoria collettiva al pari delle sue celeberrime
Marilyn dai colori shock. La strada di Warhol, al secolo Andrew Warhola,
cominciò in salita; nato a Pittsburgh nel 1928 da una coppia di emigrati
cecoslovacchi, sofferente fin da piccolo di convulsioni, ebbe un’infanzia di
emarginazione e solitudine, ma affiancato dalla madre che allora si dedicava a
lavori di artigianato (e che più tardi divenne sua collaboratrice) imparò a
disegnare e dipingere, si appassionò al lavoro manuale, ritagliando figurine e
collezionando foto di divi e fumetti. Conseguito il diploma nel 1949 al Carnegie
Institute, si trasferì a New York e cominciò a lavorare come illustratore e
grafico pubblicitario. Fu allora, nel 1952 che Warhola divenne Warhol:
l’americanizzazione del nome fu come la nascita di una “griffe”, primo segno
esteriore del grande sogno americano di un self-made man che aveva compreso che
negli U.S.A. l’arte, come qualsiasi altra impresa umana, poteva valere soltanto
se produceva ricchezza. E seppe farsi valere il giovane Andy dapprima nel mondo
delle riviste illustrate, come collaboratore di Glamour e Harper’s Bazaar, poi
attraverso un attento sistema di commercializzazione delle sue opere, quando
cominciò a riversare sull’America il volto multiforme di una società basata su
ricchezza, successo, violenza e morte, ponendola di fronte a uno specchio carico
di effetti spettacolari, in cui forse a malincuore finì per accettarsi. Non
creò, ma amplificò lo “show” del consumismo, con la messa a punto un metodo di
costruzione dell’opera d’arte che grazie alle caratteristiche di impersonalità e
ripetitività poteva essere materialmente prodotta secondo le sue direttive in
serie, pur restando un originale. E per realizzare queste opere fondò a New York
fin dal 1963 la Factory, applicando alla produzione artistica il sistema della
corporation, la collaborazione e sinergia tra creativi: ne uscirono immagini
semplici ma efficaci, immagini che tutti gli americani sentivano familiari
perché ritagliate da giornali e quotidiani, ma ingigantite, ripetute con la
tecnica serigrafica, ricolorate secondo un gioco calibrato di imprecisioni
meccaniche e lievi ma significativi slittamenti dei passaggi cromatici per
diventare “altro”. E questo altro potremmo chiamarlo fastidio ed eccesso. Ma
alla fine l’America si riconobbe nelle immagini su cui Warhol aveva steso il
suo velo incongruo, quelle immagini in fondo erano e sono belle, e il senso
funereo della “vanitas” che su tutte aleggia le rende elegantemente “classiche”.
Fu lui l’artista che dichiarò senza falsi pudori che l’arte deve essere prima di
tutto business e successo economico, e che perciò voleva trasformarsi in una
macchina per produrre arte e ci riuscì, trasformando anche se stesso
paradossalmente nel prodotto che meglio gli americani avrebbero adorato e
pagato. La lunga serie di ritratti su commissione eseguiti a uomini famosi,
attori, stilisti, principesse… dimostra quanto la formula fu vincente.
Non
a caso la nuova grande mostra a lui dedicata alla Triennale di Milano è
dichiaratamente uno show, perché la sua arte, a diciotto anni dalla morte del
suo creatore, forte di un’apparente e disarmante omologazione, appare oggi
ancora estrema e potenzialmente “infinita”. Possiamo senza sforzo ad esempio a
immaginare quali fotografie avrebbe tratto Andy Warhol dalla cronaca
contemporanea, come avrebbe replicato le sequenze video e le immagini che hanno
atterrito il mondo, i “Disasters” del Duemila, le Twin Towers colpite ed
esplose, le torture, i simboli dei nuovi conflitti… che hanno cambiato
l’immagine dell’America, forse li abbiamo visti davvero anche con i suoi occhi,
superfici sgranate dalle foto retinate, virate in verde o in qualche altro
colore elettrico e acido come avrebbe fatto lui in serie, moltiplicando i volti
dei protagonisti della storia di oggi, come li avrebbe consegnati lui alla
memoria storica.
Nelle sale della mostra milanese una rappresentazione va in scena opera dopo
opera, serigrafia dopo serigrafia, con sequenze notissime, rivestite di colori
accesi e antinaturalistici, sempre uguali a se stesse, prevedibili, quasi
rassicuranti. Ma sono insieme i sogni e gli incubi americani, le Marilyn
(eseguite quando Marilyn era già morta), le Liz (eseguite per stessa
dichiarazione dell’autore, quando si credeva che l’attrice fosse seriamente
malata), e poi Mao Zedong insieme ai prodotti di consumo, le Campbell’s Soup, i
Brillo Box, e la serie dei personaggi del Jet set, gli stilisti, i dollari, la
statua della libertà, ma anche le sedie elettriche, gli incidenti stradali, i
suicidi, i transessuali negri, i teschi. E i suoi autoritratti, le opere
eseguite in collaborazione con Basquiat e Clemente, e infine le ultime opere
degli anni Ottanta, dove rielabora con la medesima metodologia opere classiche,
fino all’ultima, The Last Supper, il Cenacolo di Leonardo. Le postazioni per
ascoltare la voce di Warhol e osservare documenti filmati e video vedono una
fila incessante di visitatori, ammaliati dal personaggio e dall’incredibile
energia del suo fare che coinvolse nell’onda dilagante del suo successo tanti
giovani artisti, cantanti rock, gruppi teatrali. Alla sua morte, avvenuta nel
1987 per una complicazione dopo un’operazione chirurgica alla bile, nacque per
sua volontà la Andy Warhol Foundation for the Visual Art con lo scopo di aiutare
i giovani artisti. E’ così che la genialità attraversa il suo tempo, lo
interpreta e lo muta per sempre.
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