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QUANDO
BOLOGNA SCOPRI' LA FOTOGRAFIA
Museo Civico Archeologico
Bologna, 1993 |
Chi
non conosce la suggestione un po' decadente delle antiche fotografie? Frammenti
di un mondo passato, esse paiono custodire, con le immagini, i ricordi
di altre generazioni, e raccontarne la vita, negli stessi luoghi a noi
oggi familiari. Ecco allora le caratteristiche vedute cittadine così
diverse con le carrozze e i cavalli in piazza, i monumenti e i palazzi
col loro aspetto più antico, prima di tanti restauri, distruzioni
e ricostruzioni; e poi la moda femminile civettuola e austera col bianco
dei merletti e le lunghe pesanti sottane, i borghesi nelle pose rigide
e artificiose, e i panorami aperti su una realtà rurale ancora profondamente
povera... Nei flash di cento-centocinquanta anni fa tutto ciò torna
sotto i nostri occhi come per un magico salto all'indietro, dentro
le superfici lucide dei dagherrotipi, delle carte calotipiche sbiadite,
delle piccole "carte-de-visite", le famose e popolari 'miniature' fotografiche.
La mostra "Fotografie e
Fotografi a Bologna: 1839-1900", allestita al Museo Civico Archeologico,
ha offerto al pubblico l'occasione di ripercorrere le tappe della storia
della fotografia nella nostra città, dai primordi alla fine del
secolo scorso, attraverso una cospicua serie di materiali fotografici originali,
inediti, provenienti da varie collezioni cittadine, pubbliche e private.
L'iniziativa si annunciava, e si è poi rivelata, molto più
di una esposizione di fotografie d'epoca. Tre anni di ricerche, una complessa
ricognizione su materiali che in molti casi attendevano ancora una prima
catalogazione, analisi storiche e d'archivio, sono stati una base conoscitiva
imprescindibile, attraverso la quale è stato avviato un modo nuovo
a Bologna di considerare la fotografia dell'Ottocento, che gli studi hanno
rivelato degna di una completa rivalutazione e conservazione. Si tratta
di una presa di coscienza fondamentale, che vuole arricchire i limiti di
quella riscoperta individuale e quasi poetica che ciascuno può trarre
dalle antiche foto, per riconoscere ad esse il ruolo di insostituibili
testimoni della storia materiale del nostro territorio e della nostra realtà
sociale. Dunque fotografia come documentazione, come possibilità
di ripensare al volto urbanistico, architettonico, umano del passato, con
ricchezza di particolari, indietro fino agli Anni Quaranta del XIX secolo,
quando per la prima volta nella storia umana la realtà fu catturata
nei "disegni fatti con la luce".
La fotografia, fin dal suo
primo annuncio pubblico, avvenuto nel 1839 a Parigi quando fu divulgato
il metodo di Louis-Jacques M. Daguerre, e poco più tardi, quando
anche gli esperimenti di W.Henry Fox Talbot furono resi noti a Londra,
fu subito salutata come apportatrice di una nuova era, della quale i più
lungimiranti forse intuirono le ampie frontiere. Il nuovo, meraviglioso
sistema di fare immagini solo attraverso un raggio di luce dentro la camera
oscura, tramite la sensibilizzazione della lastra e del potere di fissaggio
di alcuni composti chimici, replicabile in teoria in un numero illimitato
di copie, era inizialmente molto complesso, richiedeva armamentari pesantissimi
e lunghissimi tempi di esposizione; tuttavia fu subito chiaro che esso
giungeva a rivoluzionare i sistemi di creazione di immagini illustrative
fino ad allora in uso, come l'incisione e le stampe xilografiche. Si delineò
presto anche un complesso rapporto con la pittura, che si rivelò
pieno di scambi reciproci e di influenze e che in particolare determinò
la crisi di alcuni generi come il ritratto e la miniatura, che patirono
il superamento in verosimiglianza dalla nuova antagonista.
A Bologna gli echi della
"duplice" invenzione della fotografia, quella parigina e quella londinese,
furono praticamente immediati: venti giorni dopo l'annuncio dato da Daguerre,
un articolo apparve su "Il Solerte" e raccontò la meravigliosa novità
del dagherrotipo ai bolognesi. Il metodo inglese venne divulgato invece
grazie ad Antonio Bertoloni, docente di Botanica all'ateneo bolognese,
da tempo in contatto con Talbot, anch'egli appassionato di botanica. Bertoloni
ebbe subito notizia da lui del suo diverso procedimento di produzione delle
immagini: egli ricevette infatti presso l'Accademia delle Scienze di Bologna
di cui era presidente, la stessa relazione che Talbot aveva letto alla
Royal Society. Nei mesi che seguirono Bertoloni ricevette anche alcuni
"disegni fotogenici", eseguiti da Talbot, che attualmente costituiscono
uno degli incunaboli più preziosi della storia della fotografia.
Così anche a Bologna
era nata la fotografia e iniziava l'avventura delle prime curiose sperimentazioni
e la ricerca attiva per migliorare i risultati con nuove tecniche; e poi
ci fu l'arrivo dei professionisti itineranti come Claude Porraz, Enrico
Béguin e Giuseppina Dubray che portavano le novità e la loro
esperienza dalla Francia, e la nascita nel corso degli Anni Cinquanta del
primo studio bolognese specializzato in ritratti, "Bertinazzi e C.", al
quale molti altri seguirono. Insomma Bologna visse con vivacità
e ingegno l'età pionieristica della fotografia, cominciando subito
coi "clic" a raccontare i suoi luoghi, la sua gente e i piccoli e grandi
avvenimenti. |